Che sono strano non è una novità. Quando mi trovo con un mal di testa così forte da ambire ad una risoluzione alla "Maria Antonietta" piuttosto che prendere farmaci ad hoc, preferisco medicine alternative. Una su tutte la musicoterapia. Non so per quale bizzarro motivo ma ci sono pezzi che fanno rilassare la mia cucuzza tutta compressa e complessa.
giovedì 10 febbraio 2011
giovedì 30 dicembre 2010
Non se ne può proprio fare a meno
Questa playlist parla di droghe, si, ma solo in modo accidentale. In realtà potrebbe parlare della voglia di bomba alla crema delle quattro del mattino, delle sigarette fumate sotto al diluvio mentre i tuoi amici sono al caldo dentro al pub, delle dita nel naso dei bambini, dei GDR, delle magliette del Dr. Cooper, del TROLOLO; si potrebbe parlare delle reazioni di Beathoven davanti ad un libro polveroso, o di quelle reazioni della Panzè davanti a un barattolo di burro d'arachidi...o di molte altre cose ancora. Ma su queste cose, lo sappiamo, ci hanno scritto su pochissime canzoni.
...
Certo, c'era almeno la possibilità di inserire “Il ballo del qua qua” per chi si sballa con le (pa)pere, ma forse sarebbe stato troppo, poi sarebbe stato facile dire: si parte con le amicizie sbagliate, si passa alle playlist, poi si arriva alle droghe pesanti.. è un tutt'uno.
Ah voi, benpensanti! Voi, voi detrattori, voi che non sapete neanche guardare in faccia a questa società ormai in putrefazione: ecco! È per colpa vostra che non c'è “Il ballo del qua qua”, troppo sovversiva, troppo malata, troppo disperata...ed infondo è Natale, con tutto il bianco suo candor..neve!
Buon Anno... [ahehem...]
...
Certo, c'era almeno la possibilità di inserire “Il ballo del qua qua” per chi si sballa con le (pa)pere, ma forse sarebbe stato troppo, poi sarebbe stato facile dire: si parte con le amicizie sbagliate, si passa alle playlist, poi si arriva alle droghe pesanti.. è un tutt'uno.
Ah voi, benpensanti! Voi, voi detrattori, voi che non sapete neanche guardare in faccia a questa società ormai in putrefazione: ecco! È per colpa vostra che non c'è “Il ballo del qua qua”, troppo sovversiva, troppo malata, troppo disperata...ed infondo è Natale, con tutto il bianco suo candor..neve!
Buon Anno... [ahehem...]
Panzè & Beathoven
01. The La's - There She Goes
02. The Stranglers - Golden Brown
03. Velvet Underground - Heroin
04. Le Luci della Centrale Elettrica - Stagnola
05. Adam Green - Drugs
06. Rolling Stones - Brown Sugar
07. Grateful Dead - Casey Jones
08. Neil Young - The Needle and the Damage Done
09. Steppenwolf - The Pusher
10. Queens of The Stone Age - Feel Good Hit of the Summer
11. Johnny Cash - Cocaine Blues
12. JJ Cale - Cocaine
venerdì 29 ottobre 2010
Dolore, sostantivo, maschile.
Mi piacciono le canzoni in cui uomini disperati cantano versi strazianti, scritti rinunciando del tutto al loro orgoglio, per avere (o riavere), o soltanto ricordare la donna amata. Se non altro è la prova, per chi come me poco riesce a credere ai sentimenti del sesso maschile, che anche gli uomini, a volte, amano e soprattutto, soffrono. Questa playlist non vuole affatto essere baluardo dei movimenti fondamentalisti femministi, ma nasce col solo intento e la voglia di condividere col mondo intero il piacere tratto dal canto del maschio abbandonato/rifiutato/pentito. Sembra di essere all'interno di un documentario antropologico-sociale, ma, almeno stavolta, la colonna sonora ha più senso (o almeno credo!)!
01. Dente - Parlando di lei a te
02. Mumford And Sons - White Blank Page
03. The National - Terrible Love
04. Nick Cave And The Bad Seeds - Love Letter
05. Elliott Smith - No Name #1
06. I Am Kloot - Strange Without You
07. Beach Boys - I'm waiting for the day
08. Shout Out Louds - Please Please Please
09. The Zombies - Tell Her No
10. The Beatles - Oh! Darling
11. Arcade Fire - Crown Of Love
12. Noah And The Whale - Second Lover
01. Dente - Parlando di lei a te
02. Mumford And Sons - White Blank Page
03. The National - Terrible Love
04. Nick Cave And The Bad Seeds - Love Letter
05. Elliott Smith - No Name #1
06. I Am Kloot - Strange Without You
07. Beach Boys - I'm waiting for the day
08. Shout Out Louds - Please Please Please
09. The Zombies - Tell Her No
10. The Beatles - Oh! Darling
11. Arcade Fire - Crown Of Love
12. Noah And The Whale - Second Lover
giovedì 14 ottobre 2010
[PlayGigs] Mystery Jets @ Roma - Circolo degli Artisti (07.10.2010)
Quando si va ad un concerto indie, ci si aspetta sempre di vedere tanti, tanti, tanti altri come noi. Occhialoni, pois, camicie a quadri. Entri nel locale e ti aspetti di esser sommerso dalla rassicurante collezione autunno-inverno di H&M, di cui sapresti riconoscere le etichette a 10 metri di distanza. E quando non è così ti senti un po' spaesato, privato del tuo popolo.
E insomma, a volte ti capita di andare ad un concerto indie e trovarci dentro nemmeno 30 persone, che attendono alla transenna, neanche ci fosse la ressa per la prima fila.
E lì, dopo un iniziale spaesamento pensi: “Minchia, questo concerto è indie per davvero”.
E ci si sente ancora più fighi.
Insomma, all'orario d'inizio al concerto dei Mystery Jets eravamo veramente in pochi. Ma i ritardi esistono per questo. E l'attesa, in alcuni casi, diventa un obbligo morale.
Ma quando la musica del Circolo degli Artisti tace e le luci si spengono saremmo già un'ottantina. Faretti blu e intro con campionatura stellare, e i muri fumosi del locale si riempiono di acerbi gridolini. Eggià, perchè in un pubblico di poco più che ventenni, la sottoscritta, con i suoi reumatici 25 anni, risaltava come membro della categoria Senior.
Entrano tutti, i Mystery Jets. Blaine Harrison, ora nel suo periodo mod-psichedelico spettinato, campeggia in mezzo al palco, seduto. Abbandonato il look alla Edward mani di forbice, con i capelli ormai biondi, fitti e fini che gli coprono il viso, saluta. Le sue mani ossute e sgraziate risaltano sul bianco della sua Stratocaster.
Comincia il concerto. Alice Spring inonda il pubblico con i suoi coretti ben modulati, mentre Kai Fish suona il basso in piedi sulla batteria, tenerissimo nella sua camicetta fantasia. Le ragazze esplodono, i ragazzi poco più che ventenni si dimenano, ispirati come da un pizzico di tarantola. E io li, al muro, con le mani in tasca li studio. Mi sono fatta vecchia.
Poi da lì, un crescendo: Lady Grey, Serotonin, Young Love (un'ottava più bassa), sulle note della quali mi scongelo anch'io.
William Rees, vestito da Rino Gaetano, sempre più stempiato, contrasta con l'immagine degli zuccherosi adolescenti che colorano il pubblico. Suda da morire, ma, non c'è che dire...dimostra di sapere il fatto suo.
Una ragazza davanti a me commenta “uguali uguali all'album”, con fare soddisfatto.
Blaine suona con un asciugamanino da bidet in testa, umido del sudore del suo viso.
E ancora, i pezzi si accavallano l'uno sull'altro: The Girl is Gone, Melt, Flash a Hungry Smile, Hideaway, Show me the Light. Poi c'è Two Doors Down, e tutti cominciamo a ballare come fossero gli anni 80.
Il concerto continua così, tutto d'un fiato.
I Mystery Jets scoppiettano come una caramella alla Soda e hanno il sapore dolce ed amarognolo di un ghiacciolo al lime. Staresti ad ascoltarli per ore.
Ma poi il concerto si interrompe. Si esce di scena per rientrare dopo pochissimo, come non riuscissero a staccarsi veramente da noi.
Prima di ricominciare a suonare, il momento del compleanno. A quanto pare, ad ogni concerto a cui ultimamente mi capita di andare, c'è qualcuno che deve essere festeggiato. Una povera ragazza viene strappata al pubblico e piazzata davanti al microfono; noncuranti delle più importanti reazioni psicologiche ed emotive, i Mystery Jets le chiedono di cantare Happy Birthday to You.
Col Cavolo, dico io. Col Cavolo, dice lei, mentre irretita li guarda. Il pubblico la soccorre: e tutti cantiamo in italiano, Tanti auguri a te. (A te che non abbiamo nemmeno capito chi sei, però vabbè...)
Durante il bis, i pezzi da combattimento, quelli che aspettavamo tutti, quelli che due tre metri più in là dei ragazzi stavano chiedendo dall'inizio della serata. Ci sciogliamo tutti su Flakes che, anche se parla di una triste rottura, ci fa sentire tutti più innamorati. E scatta un unico bacio, che finisce solo sull'ultima nota.
Dreaming of Another World è la più ululata della serata, coinvolge tutti, volenti o nolenti.
E alla fine capisci che il concerto sta davvero per finire, che la serata è terminata, quando cominci a sentire le prime note di quel “tururù” che ti si mette in testa e non se ne va: Half in Love with Elizabeth.
Escono di scena, sudati, sorridenti, sempre rivestiti di quell'aura innocente e giovane che smuoverebbe chiunque. E tu togli i piedi dal pavimento di bicchieri di birra vuoti e te ne vai , con meno pensieri, con un po' più di colore, più giovane di quando eri entrato.
E insomma, a volte ti capita di andare ad un concerto indie e trovarci dentro nemmeno 30 persone, che attendono alla transenna, neanche ci fosse la ressa per la prima fila.
E lì, dopo un iniziale spaesamento pensi: “Minchia, questo concerto è indie per davvero”.
E ci si sente ancora più fighi.
Insomma, all'orario d'inizio al concerto dei Mystery Jets eravamo veramente in pochi. Ma i ritardi esistono per questo. E l'attesa, in alcuni casi, diventa un obbligo morale.
Ma quando la musica del Circolo degli Artisti tace e le luci si spengono saremmo già un'ottantina. Faretti blu e intro con campionatura stellare, e i muri fumosi del locale si riempiono di acerbi gridolini. Eggià, perchè in un pubblico di poco più che ventenni, la sottoscritta, con i suoi reumatici 25 anni, risaltava come membro della categoria Senior.
Entrano tutti, i Mystery Jets. Blaine Harrison, ora nel suo periodo mod-psichedelico spettinato, campeggia in mezzo al palco, seduto. Abbandonato il look alla Edward mani di forbice, con i capelli ormai biondi, fitti e fini che gli coprono il viso, saluta. Le sue mani ossute e sgraziate risaltano sul bianco della sua Stratocaster.
Comincia il concerto. Alice Spring inonda il pubblico con i suoi coretti ben modulati, mentre Kai Fish suona il basso in piedi sulla batteria, tenerissimo nella sua camicetta fantasia. Le ragazze esplodono, i ragazzi poco più che ventenni si dimenano, ispirati come da un pizzico di tarantola. E io li, al muro, con le mani in tasca li studio. Mi sono fatta vecchia.
Poi da lì, un crescendo: Lady Grey, Serotonin, Young Love (un'ottava più bassa), sulle note della quali mi scongelo anch'io.
William Rees, vestito da Rino Gaetano, sempre più stempiato, contrasta con l'immagine degli zuccherosi adolescenti che colorano il pubblico. Suda da morire, ma, non c'è che dire...dimostra di sapere il fatto suo.
Una ragazza davanti a me commenta “uguali uguali all'album”, con fare soddisfatto.
Blaine suona con un asciugamanino da bidet in testa, umido del sudore del suo viso.
E ancora, i pezzi si accavallano l'uno sull'altro: The Girl is Gone, Melt, Flash a Hungry Smile, Hideaway, Show me the Light. Poi c'è Two Doors Down, e tutti cominciamo a ballare come fossero gli anni 80.
Il concerto continua così, tutto d'un fiato.
I Mystery Jets scoppiettano come una caramella alla Soda e hanno il sapore dolce ed amarognolo di un ghiacciolo al lime. Staresti ad ascoltarli per ore.
Ma poi il concerto si interrompe. Si esce di scena per rientrare dopo pochissimo, come non riuscissero a staccarsi veramente da noi.
Prima di ricominciare a suonare, il momento del compleanno. A quanto pare, ad ogni concerto a cui ultimamente mi capita di andare, c'è qualcuno che deve essere festeggiato. Una povera ragazza viene strappata al pubblico e piazzata davanti al microfono; noncuranti delle più importanti reazioni psicologiche ed emotive, i Mystery Jets le chiedono di cantare Happy Birthday to You.
Col Cavolo, dico io. Col Cavolo, dice lei, mentre irretita li guarda. Il pubblico la soccorre: e tutti cantiamo in italiano, Tanti auguri a te. (A te che non abbiamo nemmeno capito chi sei, però vabbè...)
Durante il bis, i pezzi da combattimento, quelli che aspettavamo tutti, quelli che due tre metri più in là dei ragazzi stavano chiedendo dall'inizio della serata. Ci sciogliamo tutti su Flakes che, anche se parla di una triste rottura, ci fa sentire tutti più innamorati. E scatta un unico bacio, che finisce solo sull'ultima nota.
Dreaming of Another World è la più ululata della serata, coinvolge tutti, volenti o nolenti.
E alla fine capisci che il concerto sta davvero per finire, che la serata è terminata, quando cominci a sentire le prime note di quel “tururù” che ti si mette in testa e non se ne va: Half in Love with Elizabeth.
Escono di scena, sudati, sorridenti, sempre rivestiti di quell'aura innocente e giovane che smuoverebbe chiunque. E tu togli i piedi dal pavimento di bicchieri di birra vuoti e te ne vai , con meno pensieri, con un po' più di colore, più giovane di quando eri entrato.
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